La vita comincia alla fine della tua zona di comfort

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Image courtesy of “Seascapes” by 9comeback – Freedigitalphotos.net

Tutti noi abbiamo letto almeno una volta nella vita la famosa citazione di Neal Donald Walsch, “La vita comincia alla fine della tua zona di comfort”,ma quanti si sono mai interrogati veramente sul reale significato, soprattutto a livello personale, di questa affermazione? Qual è effettivamente il confine tra la nostra zona di comfort e l’esterno? Personalmente, anche in base all’esperienza clinica maturata, ritengo che a farla da padrone in questi casi non sia tanto la pigrizia o la paura o qualsiasi limite fisico o strutturale che noi possiamo avere, ma al contrario siano proprio i nostri limiti “mentali”, direi immaginari, a creare il più grosso ostacolo al raggiungimento degli obiettivi.

Ad oggi, sappiamo dalla letteratura scientifica relativa agli studi sui neuroni specchio e sull’apprendimento per imitazione che gli schemi di lettura che adoperiamo nella percezione e nell’interpretazione della realtà, cosi come nel prendere decisioni, si formano a partire dall’infanzia a seguito delle esperienze con le figure principali di accudimento. Dalla relazione (rispecchiamento) e dall’imitazione (comportamento) apprendiamo ed introiettiamo degli schemi fissi che tendiamo a ripetere in situazioni più o meno simili sia per ridurre i tempi necessari a prendere decisioni sia per aumentare le probabilità di successo nella risoluzione di un problema. Alle volte, però, questi schemi cominciano a diventare desueti oppure tendiamo a generalizzarne la portata, applicandoli in maniera indiscriminata a tutte le situazioni senza più alcuna applicazione di pensiero critico. Gli schemi così cronicizzati, sedimentati, diventano una sorta di “culla” nella quale ci adagiamo perché ci rende più facile affrontare la vita, senza ansie, senza preoccupazioni, ma aumenta anche notevolmente il rischio di errore e ci impedisce in sostanza di apprendere nuove e più funzionali modalità di relazione e strategie decisionali.

Da ciò deriva dunque che quelli che noi consideriamo dei limiti “strutturali” sono in realtà dei limiti mentali, che noi stessi abbiamo costruito nel tempo con la nostra percezione del mondo e li abbiamo ammantati di un’aurea di oggettività anziché rimanere consapevoli della loro portata squisitamente soggettiva.

Un es. potrebbe essere la convinzione negativa “Non posso andare in questo posto, devo rifiutare questo invito perché è troppo lontano e la sera non esco con la macchia”, salvo poi, riflettendo magari con il supporto di un esperto, sul fatto che quando ero piccolo mia madre mi scoraggiava dall’uscire da solo perché eccessivamente ansiosa oppure che da quando ho assistito all’incidente automobilistico del mio amico non ho più guidato la macchina di sera, ecc.

Porre come condicio sine qua nondegli aspetti della realtà che fanno parte della nostra esperienza soggettiva e che ne hanno inevitabilmente ricolorito la visione, porta a tagliare fuori una fetta molto ampia di possibilità d’azione che finisce con il limitare il raggiungimento dei nostri obiettivi.

A questo proposito, per esempio, possiamo riflettere su quegli obiettivi della vostra vita che non riusciamo a raggiungere nonostante il tempo e le energie impiegati o su alcune situazioni in cui ci troviamo senza volerlo e senza capire come si siano potute creare e che magari, ripetendosi nel corso della nostra esistenza, vanno a costituire un copione sempre uguale a se stesso…

Dunque l’invito alla riflessione è: prendo un obiettivo che cerco di raggiungere da tempo e valuto se le difficoltà che incontro nel conseguirlo sono le stesse che incontrerebbe chiunque altro o valgono solo per me.

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