La celiachia la gestione dei pasti in famiglia… non sempre è una questione così semplice.

Una delle problematiche che si incontrano maggiormente quando si ha un figlio celiaco è quella dell’organizzazione dei pasti a casa. Fin dal momento della preparazione siamo travolti da mille ansie: “Questo va cotto a parte”, “Devo mettere su due pentole”, “Ricordiamoci che su questo tagliere ho affettato il pane”… se queste preoccupazioni si incontrano per lo più all’inizio del nostro percorso post-diagnostico o quando ancora dobbiamo prendere dimestichezza con la nuova condizione, ve ne sono altre, più subdole e durature nel tempo, alle quali fare attenzione in seguito.

Una di queste è la difficoltà nel gestire i pasti in famiglia quando una sola persona, soprattutto se è un bambino, soffre di celiachia. Mi capita, nel mio lavoro con i pazienti, di osservare come le difficoltà che emergono in queste circostanze siano legate ai vissuti personali dei genitori (o di chi si occupa dell’alimentazione del bambino e della preparazione dei pasti in famiglia), legati alla paura di sbagliare, ai sensi di colpa per aver trasmesso una patologia al proprio bambino, alla preoccupazione per il futuro di rinunce che lo aspetta, ecc.

In queste dinamiche entrano in gioco le modalità di rapporto con il cibo dei genitori, le loro personalità, con il relativo modo di declinarsi nelle varie occasioni, le loro credenze personali circa il cibo e la celiachia, le loro esigenze di vita, i tempi da dedicare alla preparazione ed alla condivisione dei pasti, spesso frettolosi e ridotti all’osso e che impongono scelte non salutari. Di frequente si preferisce prendere una scorciatoia e cucinare lo stesso piatto per tutti, illudendosi che “tanto fa sempre bene togliere un po’ di glutine dalla dieta”. Dunque questi fattori contribuiscono a creare il quadro all’interno del quale si colloca la condivisione di un momento intimo come il pasto, che dovrebbe essere connotato di piacevolezza, ma che, invece, viene vissuto come un ulteriore incombenza da risolvere, un ostacolo quotidiano da superare almeno tre volte al giorno e che non fa che acuire i contrasti ed i capricci a tavola da parte del bambino. In altre situazioni, al contrario, il momento del pasto assume i toni di un appiattimento nell’esplorazione del cibo e delle sue caratteristiche e nell’affermazione delle proprie necessità, in quanto viene creato un ambiente “neutro”, che non favorisce nel bambino lo sviluppo della capacità di gestire la propria patologia fuori casa. La preparazione di alimenti alternativi dovrebbe essere, al contrario, un modo per prendersi cura di lui ed un’occasione per se stesso per accrescere le proprie competenze sia nel sapere (“perché lo mangio? A cosa mi serve?”) sia nel saper fare (“come si prepara questo piatto?”).

Che fare, allora? Sicuramente, nel momento in cui avvertiamo la sensazione di non riuscire a superare le difficoltà, coglierne i segnali è importante: se il bambino si rifiuta di mangiare, fa i capricci, cerca di prendere il cibo dal piatto degli altri, assume comportamenti oppositivi specie con il caregiver che ne gestisce l’alimentazione, oppure al contrario riconosciamo di mettere in atto noi stessi comportamenti che non sono funzionali all’autonomia del bambino fuori casa, occorre adottare delle strategie mirate come, per esempio, condividere delle regole di base o delle buone prassi nella gestione dei pasti. Quindi, per esempio, sarà utile programmare una giornata a settimana dedicata alla preparazione in casa di un piatto con ingredienti senza glutine (per esempio, la pizza) oppure, se il bambino insiste per assaggiare una pietanza dalla quale è attratto, se ne può concordare con lui una alternativa della quale è particolarmente ghiotto  (ricordiamo che i bambini, ancora più che gli adulti, sono attratti da odori, colori, forme… ed ognuno ha il suo “canale sensoriale” predominante in base al quale esplora il mondo e, quindi, anche il cibo). Insomma, le parole chiave sono “condivisione”, ”compromesso” e “concordare” (che potremmo tranquillamente chiamare le 3 C”).

In molti casi, comunque, per mettere in pratica queste ed altre regole è possibile chiedere il supporto di uno psicologo del comportamento alimentare, che troverà insieme ai genitori, al bambino celiaco ed al resto della famiglia, il modo migliore per facilitare il cambiamento verso una alimentazione senza glutine e senza eccessivi carichi emotivi (sensi di colpa, ansie, vissuti di esclusione da parte del bambino, mancata aderenza alla dieta in contesti non controllati, ecc.). In questo senso, qualora ci fossero fattori esterni che agiscono in modo da impedire una sana collaborazione tra familiari, è maggiormente importante intraprendere un percorso di questo tipo. Attraverso la guida dello psicologo del comportamento alimentare viene affrontato il percorso post-diagnostico nella celiachia, in modo da imparare a gestire il nostro rapporto con la patologia e trasmettere una maggiore sicurezza e delle competenze valide e concrete al bambino, ponendo le basi per un comportamento alimentare sano, sicuro e piacevole.

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