La stevia e la filosofia del dieting

Questa sera a cena mi è capitato un fatto che mi ha dato modo di fare alcune riflessioni sull’attuale mondo del dieting e su come venga inteso seguire un regime alimentare corretto al giorno d’oggi.

Qualche giorno fa, complice uno di quegli sconti che ti arrivano puntualmente al cambio di stagione, mi sono ritrovata a fare la spesa da un noto grossista di Roma per i professionisti con Partita IVA. Con l’occasione, abbiamo consapevolmente deciso di fingerci consumatori inconsapevoli per un giorno ed approfittare dell’offerta per fare un po’ di spese pazze. Tra le varie leccornie acquistate, in uno slancio di spirito salutista, l’ultimo che ci era rimasto, abbiamo deciso di provare la stevia, un dolcificante di cui si parla tantissimo in questo periodo e che, come professionista della salute, non potevo esimermi dal testare.
Devo subito dire che nutrivo (è proprio il caso di dirlo!) grosse aspettative al suo riguardo, anche perché casualmente avevo letto pochi giorni prima un articolo che ne decantava le lodi sia dal punto di vista nutrizionale che alimentare (parliamo quindi di gusto). Insomma, presentata come il nettare degli Dei e la panacea per tutti i mali messi insieme, la sostanza miracolosa che spazza via tutti i sensi di colpa, non ho resistito all’idea di comprarla (quando si dice “il potere del marketing”!).
Una volta assaggiata, però, l’impressione è stata completamente diversa: il cappuccino di mio marito, quello fatto in casa con le capsule che sembrano diamanti in una vetrina di Cartier, non sapeva, ahimé, di cappuccino, ma aveva assunto il sapore di una tisana alla liquirizia… Ora, fatte le dovute precisazioni sul gusto personale di ognuno e sulle patologie che necessariamente ci obbligano ad utilizzare alimenti alternativi, la riflessione che mi è sorta spontanea è la seguente: se ho davanti una tazza il cui contenuto ha la consistenza, il profumo, i colori e l’aspetto generale di un cappuccino e mi ritrovo in bocca il sapore della liquirizia, che reazione dovrei avere? Il discorso si estende poi a tutti gli alimenti surrogati o sostituti di qualcosa (la carne ed il latte vegetali, il gelato vegano, i vari tipi di alimenti dietetici che molti consumano pur non avendo patologie croniche in atto, i dolcificanti di tutti i tipi…).
Mi chiedo e vi chiedo: vale più un comfort food consumato come si deve (cioè senza esagerare nelle porzioni, fermandoci se siamo pieni e lasciandoci uno spazietto nello stomaco apposta a fine cena) o un suo surrogato che ci fa mettere da parte i sensi colpa per un momento, ma ci fa rimanere inevitabilmente con la voglia insoddisfatta?
Eh, sì perché, bisogna dirlo, quando compriamo il LATTE vegetale, il nostro cervello registra la parola LATTE e si aspetta da quel cartone di bevanda esattamente quella cosa, con quel sapore, quel colore, quell’odore e quella consistenza al palato. Stessa cosa dicasi per la bistecca o gli hamburger vegetali, il gelato vegano o quello salutista (senza latte, senza uova, senza zucchero…).
Alzi la mano chi, dopo aver cercato di togliersi la voglia di qualcosa di buono con questi alimenti, ci è riuscito. Spesso la voglia insoddisfatta continua a tormentarci per parecchio tempo finché non cediamo e decidiamo di servirci una seconda e magari una terza porzione (tanto è dietetico) oppure cediamo ad altre tentazioni per consolarci della delusione subita.
Ora, la pietanza sarà pure senza latte, senza zucchero, senza uova, senza grassi, ma qualche caloria l’avrà pur sempre… e queste calorie vanno a sommarsi a quelle che abbiamo appena ingerito con la porzione precedente… e con quella ancora prima. Con tanti saluti per la linea e per il gusto.
In conclusione, un modo di mangiare consapevole non richiede che si rinunci al gusto ed al piacere della tavola, ma che ci si relazioni con il cibo in maniera costruttiva ed equilibrata. Mangiare un comfort food una sola volta ed in quantità moderate fa sicuramente meno male alla linea e meglio allo spirito di una sua pallida imitazione ripetuta più volte.

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